lunedì, 31 marzo 2008

Abitavamo in un paesino della Val Pusteria.

Il messo postale consegnò alla Resi, una delle più belle e corteggiate ragazze del paese, un biglietto in cui doveva recarsi in stazione perchè era arrivato un pacco e doveva ritirarlo.

Incuriosita la Resi corse da mio padre che allora era capostazione per poterlo ritirare. Mio padre le rispose che era impossibile che ella potesse portarlo via, in quanto era pesantissimo e voluminoso, tanto che il vagone che lo trasportava era stato trattenuto e parcheggiato nel binario morto. La cosa più giusta che ella avrebbe dovuto fare, sarebbe stata quella di procurarsi un carro e forse tre o quattro ragazzi forzuti affinchè la aiutassero a scaricare e trasportare questo oggetto così pesante e misterioso.(Le automobili, allora, erano una rarità).   E non dimenticasse di farsi accompagnare anche dal  direttore dell'Ufficio Postale che avrebbe dovuto fare da testimone! Se riteneva, il maresciallo dei Carabinieri, sarebbe stato benvenuto. Non si sa mai che vi fosse merce di un certo valore!

La notizia si diffuse in un'attimo, accompagnata da da mormorii e congetture: " Ma guarda che fortunata la Resi! ".  "Un pacco così grande cosa potrà essere?" "Sarà del cugino che è emigrato!" "Avrà ereditato da qualche lontano parente!" E via di questo passo. La curiosità era molta, che si era già formato un capannello di gente in curiosa attesa.

Arrivò il carro. Avete presente quei carri che venivano usati per trasportare il fieno?:  ebbene era uno di questi, spinto da alcuni aitanti e incuriositi giovanotti, sudati e trafelati, non meno della Resi.

Fu eseguito un puntiglioso iter burocratico per l'apertura del vagone ferroviario:  fu effettuato il controllo dei piombi e verbalizazato. L'ufficiale postale appose la propria firma allo stesso, contestando che un piombo non era perfettamente chiuso, ed in caso di merce difettosa, declinava ogni responsabilità. Meglio rifiutare il carro e inviarlo al mittente! Il maresciallo dei Carabinieri  verbalizzò l'intenzione della Resi di accettare la merce così com'era, purchè si aprisse questo benedetto vagone. La Resi era sempre più impaziente. Finalmente dopo discussioni e rimbalzi di responsabilità il carro venne aperto, con circospezione e molto lentamente. Nel carro c'era un grande pallone con disegnato un pesce:" Pesce d'aprile!"

La Resi dapprima si adombrò, poi scoppiò in una fragorosa risata e costrinse gli autori dello scherzo ad offrire da bere a tutti i presenti.

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giovedì, 14 febbraio 2008

Marilena era una mia amica. Era perchè ora non c'è più, divorata ancora adolescente da un tumore.

Era nata fuori dal matrimonio. Sua madre, partita per Roma come domestica, tornò al paese incinta, ed una volta avuta la bimba la affidò a sua sorella per tornarsene nella capitale. Iaia, così Marilena chiamava la zia, la curò ed amò come una figlia. A quei tempi essere nati al di fuori del matrimonio era una colpa e spesso si finiva per essere isolati dal gruppo. Anch'io vivevo con solitudine quegli anni, così, nacque la nostra amicizia. Marilena però non si dava pace e cercava di partecipare ai giochi del gruppo raccontando delle meraviglie della grande città, delle lettere che le inviava sua madre, e facendoci vedere foto di attrici vestite alla moda. Indossava gli abitini che le mandava la madre e si pavoneggiava davanti a noi. La madre arrivava ogni tanto in paese, sempre sola, faceva brevi visite alla figlia e poi ripartiva per lunghi periodi.

Marilena aveva circa 8 anni allorchè scoprì che sua madre si era sposata con un uomo che non era suo padre e che nulla sapeva di lei. Aveva anche due sorelline che era costretta a dire essere sue cuginette, e, non poteva chiamare sua madre con l'appellativo di mamma, ma Doretta.

Agli amici di gioco raccontava un'altra verità: che sarebbe andata con il suo nuovo papà a Roma, e che la sua mamma e le sue sorelle non l'avrebbero più lasciata, che a Roma avevano una grande casa, un giardino e tanti animali! Con me e con Iaia, si scioglieva invece in grandi pianti. Disperata che sua madre non la amasse e che questo padre, che non sapeva la verità, la guardasse senza veramente vederla.

A 12 anni, le trovarono dei noduli. Glieli asportarono. Fu l'inizio del suo calvario. Via via che il tempo passava, il suo corpo veniva straziato e le venivano asportati altri noduli, dapprima i seni, poi le ovaie.... Infine la malattia conclamata ed inarrestabile.

Sofferente e sfinita, era assistita con abnegazione ed amore dalla sua Iaia. I suoi occhi però, fino alla fine, cercarono sempre  di scorgere in ogni persona che entrava nella sua stanza gli occhi ed il sorriso di sua madre. Una madre che non arrivò mai, incapace di affrontare i "benpensanti" ed i tabù della società di allora per portare un'ultima carezza a sua figlia.

Oggi S. Valentino, giorno del tuo compleanno, il mio pensiero corre a te Marilena! 

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martedì, 08 gennaio 2008

Nei tempi in cui frequentavo le scuole superiori soggiornavo a casa della nonna materna a Merano. Con noi viveva anche la famiglia di mio zio, composta da lui stesso, la moglie e due figli. Normalmente era la nonna che cucinava, e poichè ognuno di noi rincasava ad orari diversi, durante il pranzo erano sempre continue lamentele. C'era chi trovava la pasta troppo cotta, chi il sugo troppo secco, insomma, ognuno di noi aveva sempre qualche lamentela. Nessuno teneva in considerazione  nè l'età nè l'impegno della nonna. Un giorno però si vendicò.

Ricordo che era domenica, tutti eravamo in cucina in attesa che il pranzo fosse pronto. L'acqua bolliva, la nonna allora prese una manciata di pasta e  mormorò: "Questa è per Mario, a lui la pasta piace molto cotta". Dopo un po' aggiunse un'altra manciata di pasta  e disse:"Questa è per Wally, a lei la pasta piace ben cotta" e continuò via via ad aggiungere pasta ed a nominarci uno per uno finchè l'ultima manciata fu per Roby: "al quale piace la pasta al dente" sentii che mormorava.Noi la osservavamo in silenzio incominciando a capire e, tra di me, dissi "Nonna sei grande, sei proprio un mito".

Di li a poco, quando ritenne che la pasta fosse a giusta cottura, la mise in una zuppiera che posò in mezzo al tavolo e ci disse: "Oggi ritengo di avervi accontentati tutti. Eccovi serviti; che ognuno di voi scelga la propria pasta!"

Da quel giorno, e dopo questa meritata la lezione, nessuno di noi ebbe più a lamentarsi della cucina della nonna.

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giovedì, 29 novembre 2007

Oggi, nella piazza centrale, adobbata come un presepe di molte casette di legno illuminate, si è inaugurato il "mercatino di Natale" della cittadina.

Visto da lontano è bello, folkloristico, invita all'acquisto. E da domani caleranno i camperisti.Arriveranno gli stakanovisti dei mercatini. Anni addietro, i mercatini, erano pochi e romantici, oggi subodorato l'affare, ogni picolo centro in Alto Adige ne allestisce uno proprio, e attenti alla concorrenza, vengono inaugurati tutti nello stesso giorno. Pochi gli oggetti di qualità, esposti da commercianti poco realisti e poco attenti ai tempi del kitsch; moltissime le cineserie da 1 a 5 euro, che facilmente si trovano nei nostri negozi sotto casa a 99 cent.

Vi racconto il fine settimana del "mercatinaro":

-ore 5 partenza da casa

-ore 8 arrivi a Bolzano,(se quella è la prima meta, che potrebbe essere o Brunico o Bressanone o Vipiteno o Chiusa o, o, o,, io vi propongo il giro classico) scendi dal bus,sali sul bus navetta che ti porta in centro, raggiungi la piazza piena di folla che ti urta, attento a non perderti ed a non perdere il gruppo, afferri un paio di oggetti a caso da 1 o 2 euro,(regalo per le amicche), giri tra urti e pestoni,  vedi qualcosa che ti piacerebbe, ahimè, il tempo a disposizione è finito, devi fare ritorno al bus, perchè bisogna fare posto al prossimo gruppo (in media la visita dura 30/40 min.)

0re 10 arrivo a Chiusa, idem come per Bolzano, incomincia da avere sete e ti sbevazzi un po' di punch caldo. Afferri anche qui un paio di oggettini a caso, questa volta per le cugine (così crepano d'invidia perchè tu sei stata al mercatino e loro no). Di corsa raggiungi il bus.

Ore 11,30 arrivo a Bressanone a vedere anche questa meraviglia, ma di fretta, perche alle 12,30 c'è il pasto in qualche trattoria e perchè ti scappa la pipì e non c'è neppure un Wc libero in città. Mangi in fretta, corri alla toilette perchè l'autista, come al solito non ha la chiave di quella dell'autobus.  Dimenticavo, prima di recarti al ristorante, compri un altro oggettino da pochi soldi, magari con lo stemma della città vescovile. Potrai far vedere di essere stata anche a Bressanone.

Ore 14 arrivo a Brunico, sei un po' tormentata dal mal di stomaco (strada trafficata, accelerazioni e frenate dell'autista), meglio bere un altro punch, e già che ci sei compri una scatola di biscotti tradizionali, che poichè sono un po' più cari delle cineserie terrai per te. Il freddo incalza, questa volta bevi un vin brulè (vino caldo aromatizzato con cannella, coriandolo e chiodi di garofano). Sei all'affannosa ricerca di un bar, ma la guida ti richiama per raggiungere l'ultima tappa, Vipiteno, il mercatino più bello e più raccolto!

ore 16,30 arrivo a Vipiteno, ricerca di una toilette, che cerchi di memorizzare per il ritorno, non si sa mai! Passeggiata sotto i portici ricchi di negozzi e belle cose, e finalmente al mercatino, ultimi acquisti, una busta di tisana delle nostre montagne, un oggettino di Thun (che terrai per te), una sciarpina di lana cotta,(per la tua famiglia) e, non dimenticare ,ancora un po' di cineserie.Un altro punch o un vin brule'

Ore 17,30 arrivo al bus, ahimè, ti scappa di nuovo la pipì e sei un po' brilla, torni indietro per arggiungere la toilette e vedi che molti hanno pensato di fare come te. Sei un po' brilla e l'attesa non ti pesa. Quando ti avvii al tuo bus, nella nebbia che ti ha provocato l'alcol noti un tipo che agita una bandiera che ricorda il gonfalone del tuo paese, erano alla tua ricerca, pensavano che ti fossi persa nella bolgia.

Ti arrampichi sul predellino dell'autobus, ti accasci sul sedile, e cadi addormentata, immediatamente, senza proferire parola.

Ore 12 arrivo ! Senti qualcuno che ti scuote, apri gli occhi, e ti avvii verso casa, un po' ciondolante, ricca di borse di naylon, con la bocca impastata e la testa annebbiata.

 

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giovedì, 15 novembre 2007

Frequentavo la prima superiore, quando a sostituire la prof. di inglese, in maternità, venne un professore.

Era un americano, reduce dalla guerra del Vietnam. Probabilmente era stato mandato ad insegnare presso la nostra classe di perchè non c'era nessun'altro a portata di mano. Era un tipo segaligno, capelli corti a spazzola, occhi piccoli da miope. Si divertiva a giocare con il lapis che faceva girare sulla testa, infilava nei capelli, appoggiava sulle orecchie, infilava nelle orecchie e ci guardava di sottecchi per vedere le nostre reazioni. Aveva un metodo di insegnamento dell'inglese che non ho riscontrato in nessun'altro insegnante, incisivo e fruttuoso. Aveva anche la mania di recuperare tutta la carta inutilizzata da quaderni e blocchi ed esigeva che noi scrivessimo gli esercizi senza saltare righe, e si adombrava se andavamo a capo dopo il punto. 

Incuriosita gli chiesi il perchè.

Ci raccontò che era stato insegnante in Vietnam, e che i bambini erano così poveri e privi di tutto che per fare gli esercizi utilizzava tutti i pezzettini di carta utilizzabili che poteva recuperare, dagli orli bianchi dei giornali alle parti non scritte delle lettere dei suoi commilitoni. Che la carta che andava via via recuperando l'avrebbe portata con sè in Vietnam, perchè voleva ritornarvi per completare da borghese ciò che aveva iniziato da militare.

Il suo racconto ci colpì così fortemente che quando fece ritorno nella "sua" scuola, presso i suoi bambini vietnamiti dovette effettuare un carico speciale di carta, libri, pastelli, matite e libri in inglese di fiabe che eravamo riusciti a raccogliere.Per alcuni anni, ogni Natale, ricevevo una cartolina: "many thanks, your teacher", finchè l'ultimo pacco ritornò al mittente.

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giovedì, 08 novembre 2007

Frequentavo le scuole superiori a Merano e cominciavano i primi movimenti dei sessantottini. Io venivo da un paesotto, ero ignorante ed apolitica, ma nella mia classe  nascevano i primi movimenti studenteschi. Ne ero affascinata, mi incantava ascoltare i nostri coetanei che parlavano di liberazione, di eliminare i vari baroni nelle scuole e nelle università. Ragazze che parlavano di parità di diritti. (Personalmente non soffrivo di quest'ultimo problema, avendo avuto quello che si dice un padre illuminato e oserei dire libero). Parità di diritti.... Mi sentivo molto " rivoluzione francese". Decidemmo che avremmo manifestato sfilando per il centro di Merano tutti gli studenti di tutte le scuole. Mi confidai con mia nonna che impallidì e mi chiese di non parteciupare. Mi invitò ad affacciarmi dalla finestra. La nostra via incrociava con via XXX aprile. Mi raccontò  che durante la guerra alcuni giovani manifestarono contro l'occupazione dei tedeschi e che questi ultimi costrinsero alcune ragazze a fare i nomi dei manifestanti. Diciasette ragazzi vennero fucilati il 30 apriledel '43 in quella via che ne prese il nome. Ancora traumatizzata da quel fatto che ella vide da quella finestra, e, temendo un ripetersi di un simile evento, (per lei la paura era sempre in agguato) mi chiese di non metterla in ansia e di non farla soffrire. Decisi così di accontantarla, e non partecipai. Tutto ciò mi tagliò fuori da ogni manifestazione e partecipazione. Allora ne soffrii molto, ma il senso del rispetto e dell'affetto per la nonna ebbero la meglio sul mio desiderio di  protagonismo.

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venerdì, 26 ottobre 2007

Tanti anni addietro, il mercato di Stegona, frazione di Brunico in Val Pusteria, era uno dei mercati contadini più grandi e importanti della regione. Durava, e dura tuttora, tre giorni il 26-27 e 28 ottobre. Vi accorreva gente da ogni dove. Allora ero piccola e rimanevo affascinata ed incantata dal via vai della gente, dalle bancarelle dei dolciumi adornate di variopinti ombrellini di zucchero caramellato, dalle bancarelle con esposte merci prodotte dai contadini e dagli artigiani locali., e, dall'odore pungente del fumo nel quale venivano cotte le calderroste.Ricordo i banchi delle contadine venditrici delle lane filate da loro, rigorosamente grigie, bianche o marrone e che servivano per fare i famosi Walker o Sarner (giacche di lana calde ed impermeabili).Alcune vendevano le uova delle loro galline, altre le patate. Di una mi ricordo in particolare, un'anziana signora di origine friulana, piccola ed ingobbita, vestita di nero, con in testa uno scialle anch'esso nero, e che vendeva pantofole nere!Ero convinta che si trattasse di una strega che vendeva scarpe stregate.Quando le passavamo accanto mi nascondevo dietro la figura di mio padre, che pensò di fugare ogni mia ansia, soffermandosi a parlare con lei. Conobbi così un'adorabile vecchietta piena di acciacchi e con le mani deformate dall'artrite, che mi raccontò di essere stata così povera da ragazza, di non aver posseduto niente, tanto che per sfamarsi andava con i suoi fratelli a raccogliere, in concorrenza con i corvi, le spighe che erano rimaste nei campi dopo che i contadini avevano mietuto..... Mentre raccontava la sua storia, cucì due bottoni rosa alle pantofoline nere che mio padre mi comprò e d'incanto pensai che fossero fatate!

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giovedì, 18 ottobre 2007

Quando arriva la stagione dei kaki, mi viene sempre in mente un episodio di quando ero piccola.Era una domenica di novembre e nella notte era caduta diversa neve. Mia madre, che come ebbi già modo di raccontare, non sempre era coerente, decise di mandarmi a Messa, e, mi chiese di comprare il mio ritorno tre kaki. Avevo circa sei anni.

Mi vestì con un  paio di scarpette bianche basse e calzettoni bianchi, cappottino e cappellino in tono. C'erano circa venti cm di neve fresca, ed io pensando di non sporcare le scarpe decisi di non percorrere la strada piena di fango e neve, diamine, avevo delle belle scarpette bianche, e , al ritorno dal negozio ritenni più opportuno raggiungere casa mia attraversando i campi innevati. Vi lascio immaginare una bambina che arrancava nella neve, con in mano un pacco di carta-paglia contenente questi tre frutti. Ad un certo punto scivolai e mi caddero i kaki per terra. Non mi scoraggiai, raccolsi quella poltiglia, la sistemai nella carta che ormai aveva perso ogni consistenza e faticosamente raggiunsi casa mia. Ero sporca di fango e neve, le mie belle scarpette bianche  estive (sic!) erano color rosa e grigio, avevo baffi di kaki (mai sprecare nulla!) ed in mano mi era rimasta solo della carta giallina.

Mia madre, dimentica di essere in parte causa del mio disagio, mi strattonò con  violenza e mi riempì di botte. Quel giorno credetti di morire....

Da quel giorno decisi che non avrei più mangiato kaki.

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martedì, 18 settembre 2007

Mi si invita a scirvere 8 cose di me. Ci proverò:

1) Amo la vita in tutte le sue manifestazioni.

2) Sono una combattente.Come un gatto, mi riprendo ogni volta in cui subisco una sconfitta.

3) Sono abbastanza polemica, e vorrei aggiungere, qualche volta logorroica.

4) Mi piace la gente, osservarla, ascoltarla e, se possibile aiutarla.

5) Fino a pochi anni fa, ero fifona come un coniglio, ora ho imparato a rispettarmi ed a farmi ascoltare.

6) Mi piace l'allegria e la gente allegra.

7) Mi piace leggere e imparare.

8) Sono presuntuosa.

E' veramente un bel gioco. Grazie Solidea per l'idea e Wozzek per l'invito.

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domenica, 16 settembre 2007

In Alto Adige, quando l'autunno colora di meravigliose varietà di rosso le foglie di vite, gli aceri e gli ontani, inizia quella che io chiamo la terza stagione.

Nei secoli, gli abitanti del Nordeuropa, in autunnno, scendevano al di qua delle Alpi per rifornirsi, prima del grande freddo, di farine bianche, di frutta profumata e di vino. Il viaggio durava diversi giorni, ed essi si fermavano lungo il tragitto di andata e di ritorno presso le osterie, dove avveniva il cambio dei cavalli, e si rifocillavano con pasti a base di crauti e salsicce, canederli di speck, castagne arrostite e assaggiavano il mosto che già era quasi vino novello (Federwein).

Sono passati i secoli ma questa tradizione viene mantenuta ancora oggi. Tedeschi ed austriaci scendono in Italia  tra ottobre e novembre per passare il fine settimana e continuare la tradizione che loro chiamano Toerggeln(dal latino torqueren=pressare dal quale torculum=torchio). Durante i fine settimana, dunque, i vari alberghi e ristoranti si riempono di turisti che solitamente arrivano in gruppi di quaranta-cinquanta con gli autobus, con al seguito, solitamente,  un suonatore di cetra e un suonatore di fisarmonica. Tra canti a balli trascorrono così il sabato, e , la domenica se ne ripartono per  la loro casa.

E' così, che spesso, al ritorno parecchi fanno sosta presso il negozio dove lavoro, per comprare speck, vino, formaggi di latteria, castagne e uva nera meranese. E si portano via anche i pani neri profumati alla segale, alle nocciole ed ai semi di girasole.

Al clacson dell'autista, tutti sull'autobus, tutti verso casa, tutti con la promessa di ritornare anche il prossimo anno.

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